Xinjiang, la Rete rompe la censura: “Il peggior massacro da Tienanmen”

lunedì 6 luglio 2009, ore 18:22


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Panorama

Centoquaranta morti, più di ottocento feriti, sono le cifre ufficiali dell’agenzia Xinhua. La rivolta degli Uiguri a Urumqi, nella provincia cinese di Xinjang, per dimensioni è una delle più gravi verificatesi negli ultimi anni in Cina. Il massacro è il peggiore dai tempi di Tienanmen. Ma a differenza di quanto accadde nel marzo 2008 in Tibet, con la rivolta anticinese a Lhasa e la successiva repressione, il flusso di testimonianze via internet è relativamente scarso. Colpa di un minore “glamour” della zona, ma anche della censura di regime, che ha affinato le tecniche di controllo verso l’esterno. Ciononostante, tra le maglie della rete sono passati video che mostrano i violenti scontri di domenica. E anche quelli che sono stati all’origine, a quanto pare, della rivolta: il 26 giugno scorso in una fabbrica di Guangdong, dove Uiguri e Han sono venuti alle mani per un’accusa di stupro.

Un modo per ottenere informazioni diverse da quelle delle agenzie ufficiali cinesi è controllare sul sito di “Global voices” dove anche in inglese vengono tradotti messaggi provenienti dalla regione dello Xinjang. Un articolo della corrispondente dalla Cina Oiwan Lam racconta la storia all’origine dello scontro e il suo scoppio a Urumqi, capitale dello Xinjiang, città dove gli Uiguri sono una minoranza per la politica demografica del partito comunista che ha dislocato nella zona molte famiglie di etnia Han, la stessa tattica applicata a Lhasa.
Il blogger cinese Drunken Pig, citato nell’articolo, punta il dito contro “i privilegi degli Uiguri” nelle altre regioni della Cina: “sono un gruppo sociale privilegiato ma nella loro terra vengono privati della libertà religiosa”. Un’altra versione viene invece sostenuta da Uighur Online: “Per i cinesi (Han) gli Uiguri sono allo strato più basso della società e i loro bambini sono trattati come ladri, altro che privilegiati”. Il flusso più consistente di immagini e video è quello del sito EastSouthWestNorth.


I resoconti “di prima mano” su quanto sta accadendo nello Xinjiang sono comunque pochi: Twitter è bloccato in Cina e i social network più utilizzati

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